Silvia Levenson

Buoni risentimenti.

Sembra che tutto nel mondo di Silvia Levenson ruoti attorno ad un evento che ci è sconosciuto, qualcosa che le è appartenuto e si riverbera nel lavoro e nel tempo. Vi è una sorta di sorda oscurità, di risentimento mai celato nei confronti di tutto quello che appartiene alla famiglia, all’educazione oltre che alla condizione femminile donna che traspare in tutti i cicli di lavori. La felicità, almeno nella sua forma standard, da pubblicità di auto station wagon o da rivista di settore non solo è bandita, ma viene ridicolizzata e sovvertita. La famiglia ( proprio quella dell’artista) sorride inutilmente dalle foto di un Argentina sempre vicina, sempre lontana. L’autobiografia in queste particelle di memoria è dolore, affanno, una ricerca non tanto di verità quanto di riposo, di distacco da un pensiero fissa, da qualche immagine di troppo. Sembra che la Levenson voglia allontanarsi da qualche forma di se stessa che non ha mai veramente sentito. La sua è un’opera dedicata alla propria rinascita che però non può escludere la certezza che bisogna guardare in faccia i ricordi per odiarli veramente.

Così anche la condizione dell’infanzia ne viene fuori a pezzi. Il problema non sono gli affetti, ma gli effetti degli affetti stessi, tanto per giocare anche noi con le parole. I vestiti diventano nomi di un cilicio morale insopportabile. Sono corredi di un peccato mai commesso, di un’insopportabile sopportazione delle regole. Tutto concorre ad una dimensione dolorosa, spilli, coltelli e altre armi bianche, sono in effetti non tanto delle metafore, ma i simboli dei limiti posti alla fanciullezza e alla sua anarchia.

Silvia Levenson ci illustra da molti anni un mondo in cui anche il rumore di un carillon può essere scambiato per un allarme. E’ la sua sensibilità, quella di ieri e quella di oggi, che sospinge il suo bisogno di rappresentare il male. In questo si capisce come l’astrazione, l’assolutizzazione, le appartengano poco. I piccoli, cioè i bambini, non hanno tanto spazio di sopravvivenza almeno che non si costruiscono un canotto dai fragili remi di vetro, e prendano il largo: come Gordon Pym, per esempio. Quindi il male non è assoluto ma fa parte in sé di quel romanzo di formazione che abbiamo tutti vissuto, con più o meno disperazione, con maggiore e minore senso di soffocamento. I dolori della Levenson si sommano ad una schiera straordinaria di altri “dolori” soprattutto letterari, dal giovane Werther di Goethe ai turbamenti del giovane Torless di Musil, mettendoci in mezzo il Tonio Kroger di Thomas Mann. La giovane artista da cucciola, si è dibattuta e continua a farlo, in un mondo difficile e pericoloso. L’universo borghese condanna la diversità sentimentale di chi vuole costruirsi un proprio mondo con le rovine del senso di quello che l’ha preceduto. L’infanzia non finisce mai, allo stesso modo così si è donne tutta la vita, periodo matrimoniale compreso.

Così i materiali che ha sempre scelto hanno qualcosa di magico e trasparente come una notte incantata. Si agita nella sua poetica un mondo fiabesco, non c’è dubbio, ma proprio per questo più insidioso e difficile. Non ci si può rilassare, anche guardare può ferire. La trasparenza del vetro è appena una forma illusionistica di guardare oltre. In effetti, acuisce i due opposti di fragilità e di pericolo. Ci si vede attraverso, quindi si va oltre con lo sguardo, ma potrebbe anche rompersi da un momento all’altro e procurare ferite. Poi il vetro è realmente una lastra sottile che basta un urlo per rompersi. Il mondo infantile è sempre a rischio, la psicologia dei bambini non è resistente come il loro corpo. La sopravvivenza può fare il resto, ma la psiche accusa spesso delle lacerazioni che non rimarginano facilmente.

Le sue incursioni nel mondo del fashion hanno lasciato tracce indelebili: borsette di vetro con mannaie incluse, vestiti pungenti, ancora borse in cui accanto alla scritta “Amor” compaiono batterie di lamette, e anche un corpetto con la scritta “Touch me” che svela, al massimo, una trappola sado maso. Naturalmente l’ironia dell’artista fa il resto, ma il contesto è duro e spietato come una cronaca giudiziaria. La condizione infantile transita verso quella femminile per osmosi. Il percorso della Levenson sembra esattamente suggerire come si tratti di due condizioni di esclusione, di due condizioni in cui la via d’uscita, trattenuta e forse solo immaginata, non possa che essere violenta. O forse si tratta solo di sentimenti, o risentimenti, nascosti, al di là della felicità stereotipata, oltre le sdolcinatezze del consumismo sbaciuccatorio, si vuole avvertire che se le parole ingannano, i coltelli e le lamette tagliano. Qualcuno potrebbe anche vedere in questo una memoria delle nobili tradizioni delle armi da taglio di cui tutti i Sud sono ben nutriti, dall’Italia all’America latina, ma è probabile che la lettura geoantropologica sia insufficiente.

Sembra invece di ricordare titoli di libri famosi come “La famiglia che uccide” di Morton Schatzman, un classico dell’antipsichiatria degli anni ’70, proprio perché li c’era tutta la pericolosità dei sentimenti: vere e proprie armi a doppio taglio.

Silvia Levenson s’inscrive con la propria originalissima e limpida poetica, tra gli artisti che hanno saputo dare forma e visualità a quell’universo concentrazionario che sono le buone intenzioni. L’amore ne è pieno, sia quello tra genitori e figli che quello tra uomo e donna, il problema non è solo la durata, ma anche la capacità dell’egoismo di scoprire l’Altro e riconoscerlo. Al di là di tutto, è proprio questo doppio legame che costituisce i cilicio dell’esistenza di cui possiamo anche sorridere alcune volte, ma che costruisce intorno a noi quelle prigioni invisibili da cui non riusciamo più ad evadere.

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